Con il nome Divinità Celesti si indicano gli Dèi di origine pura, generati da Essenza o dai suoi primi figli. Sono divisi in Dèi Cardinali (i primi Dèi, allevati da Essenza), Dèi maggiori (divinità capaci di trarre potere illimitato dai venti eterici ed onirici) e Dèi minori (bisognosi di una fonte vitale inferiore, ma pur appartenenti alla pura casta divina).
Il termine “Veri Dèi” ha quasi lo stesso significato, ma include anche i semi-dèi.
Tutte le Divinità Celesti hanno una forma fisica composta di un’anima e puro spirito. A differenza delle creature mortali, che sono sostenute dall’energia vitale tratta dall’essenza, gli Dèi trasformano l’etere in elementi magici o naturali.
Durante la Guerra dei Folli, non tutti i figli di Essenza si rivoltarono. Alcuni fuggirono, e rimasero poi esiliati dal Creato a causa della Ruota Secondaria; altri rimasero neutrali ma vennero comunque massacrati dai Guardiani. Pochi trovarono la lucidità di riconoscere una guerra impossibile da vincere, e preferirono riconciliarsi con Essenza. A questi venne permesso di entrare nella Ruota Primaria e rimanere al sicuro mentre tutto attorno gli immortali si affrontavano.
La guerra durò a lungo, e il numero di Folli accettati nella Ruota Primaria arrivò a 13. Imprigionati, ma al sicuro e immersi nei flussi eterici puri emanati da Essenza, lentamente svilupparono una forma materiale e una maggiore stabilità mentale. Studiarono la Croce degli Elementi Immutabili e compresero sempre più sulla natura del Creato. Quando la Guerra dei Folli giunse al culmine lasciarono la Ruota Primaria e presero a esercitare i loro nuovi poteri.
Sposa eletta di Lhumha, madre degli Ilhumha-Jil. Ha donato alle razze la capacità di riprodursi e la distinzione fisica tra sessi. Non tutte hanno accettato (di queste, la gran parte si è estinta dopo l’imposizione del Sigillo). Dea misericordiosa, dotata di poteri taumaturgici, ha poco interesse per la politica divina perché sempre assorta nella meditazione amorosa di Lhumha, da fuori del Sigillo.
Airis esige dai sui fedeli una devozione esclusiva, e non concede Patti Sacri se non a chi ha stretto il suo Gran Patto. Questi potranno poi, tramite di lei, stringere un Patto Sacro con Lhumha.
Dea del Tempo, è forse la più enigmatica tra gli Dèi Cardinali. Vive esclusivamente all'interno della Ruota Immutabile, dalla quale osserva sia il Creato, sia l'evoluzione della Croce di Essenza. Non è patrona di alcuna razza, ma viene diffusamente adorata tra gli umani.
I suoi sacerdoti sono benedetti, o maledetti, da una costante visione del passato e del futuro, ma senza la capacità di distinguerli.
Figlio di Airis, Dea Cardinale della maternità e di Osagi, Dio Maggiore della Guerra. Viene concepito quando Airis, volendo avvicinarsi a Lhumha una volta di più, ottiene da Osagi una scorta per scoraggiare assalti da parte di altri Dèi bramosi del suo potere. Come ricompensa Osagi chiede un figlio, dato che nessuna altra Dea si fida di lui abbastanza da concepirlo.
Atran nasce dotato di un potere eccezionale, e di un’indole brutale superiore a quella del padre. Ha un aspetto bestiale, aggredisce senza remore mortali e divinità. Più volte il padre deve accorrere per evitare il peggio, finché lui stesso non viene attaccato dal figlio. La lotta dura per mesi, e alla fine Osagi prevale di stretta misura, ma abbastanza da legare il figlio e portarlo ai margini del Sigillo, al cospetto della madre. Osagi intende ucciderlo, mentre Airis invoca clemenza per lui. Alla fine sarà proprio Atran, terrorizzato per la prima volta in vita sua di fronte al pericolo di morire, a implorare il padre di risparmiarlo. In cambio lui avrebbe fatto ammenda dei terribili crimini commessi.
Legato in giuramento al cospetto di due alte divinità, Atran è costretto a fare del bene a chi lo invoca. La sua redenzione è vigilata da Airis, pronta a riferire a Osagi di ogni sua trasgressione. Purtroppo, Airis può vedere Atran solo quando questo è illuminato dalla luce di Lhumha, il suo sposo celeste. Di notte Atran è libero di agire a suo piacimento, e libera la sua anima bestiale.
Di giorno Atran ha l’aspetto di un giovane dalla pelle verdolina e i capelli chiari, vestito di foglie. Porta sempre con se un bastone di rami diversi tra loro, elegantemente intrecciati, che produce costantemente frutta e bacche. Ascolta principalmente le suppliche dei contadini e dei cacciatori, che benedice richiamando la pioggia e aumentando la fertilità dei campi, o rendendo più fertili gli animali dei boschi.
Appena cala il tramonto, il bastone di Atran mette radici nel terreno, eventualmente spaccando la roccia o i pavimenti più duri, e diventa un albero rigoglioso, possente e carico di frutti. Al tempo stesso Atran muta in una bestia nera, priva di occhi e dall’aspetto simile a un gigantesco orso a quattro zampe. Per tutta la notte vaga senza una meta precisa, cacciando per il gusto di uccidere. Persino gli Dèi temono le sue aggressioni e sanno che sarebbe inutile cercare di ragionare con lui. Quando incontra altri predatori, soprattutto lupi e altri cacciatori in branco, spesso questi lo seguono nelle sue scorribande. Prima dell’alba Atran torna al suo bastone per recuperarlo prima che si ritrasformi.
Per i filosofi Atran rappresenta i due aspetti della natura, quella che nutre e quella che uccide. Le uccisione di Atran sono considerate parte del ciclo della natura, che ha bisogno di cibo per poter continuare a nutrire le Razze. Nei periodi di carestia Atran riceve, oltre alle offerte comuni (frutta, semi e oggetti di artigianati), sacrifici animali durante la notte.
Viene rappresentata come una donna dall’aspetto ferino, avvolta dalle ombre e da abiti pesanti. La sua casa è una grotta stretta e buia, tra le radici di un colossale albero di fico. Si tratta dell’Ancora maggiore di un’isola, dove risiede in veste mortale. I rami dell’albero sono carichi di strumenti musicali, che suonano costantemente ognuno una sua melodia. Si dice che Euvinn, da questi suoni sconnessi, interpreti ogni avvenimento nel Creato.
E’ la Signora dei sussurri; Colei che ascolta il vento. Dea della musica, dei segreti traditi. Ha influenza sulla natura.
I sacerdoti della Dea non erigono templi, ma scelgono un albero di grandi dimensioni e lo eleggono a luogo di culto. Non sempre si tratta di un fico, ma chiaramente questo è preferito, assieme ai salici e agli alberi dalle fronde fluenti. Durante i loro viaggi dormono ai piedi di un albero, ascoltando il vento tra i rami.
Durante tutte le cerimonie e le preghiere gli officianti suonano una strumento, senza badare alla qualità dell’esecuzione. Chi non suona uno strumento a fiato prega sottovoce o mugolando a bocca chiusa. Solo nel raro caso di una funzione pubblica, a cui partecipino fedeli di altre religioni o accoliti non ancora addentri alla pratica, un singolo officiante viene nominato “voce del vento” e recita la preghiera ad alta voce, cantando.
Dopo aver dimostrato di saper affrontare grandi avversità con determinazione e devozione, il Dio continua a chiedere servigi eterni ai suoi prescelti; la ricompensa è comunque presente sotto forma di piaceri mondani di cui godere nelle pause. Il più delle anime presta servizio come esercito; ruoli di onore sono riservati ai Giudici che assistono il Dio nel suo scrutinio dei fedeli.
I fedeli mancati si reincarnano in cinque forme demoniache, che soffrono un costante dolore capace di spingerli ad atti altrimenti innaturali. In genere il ciclo delle reincarnazioni si compie in pochi mesi, ma alcuni uomini di grande malvagità riescono a prolungare la permanenza nella forma da loro preferita (in genere la quarta). E’ comunque rarissimo che un peccatore conservi, della sua vita precedente, più di pochi frammenti di memoria, e anzi regredisce quasi sempre a una mente animale.
La prima reincarnazione è simile a una piccola scimmia scheletrica, tormentata da una fame lancinante. In questa forma il mostro può saziarsi solo con la carne di qualcuno che gli era parente stretto (di sangue) in vita; fortunatamente basta poca carne o poco sangue a saziarsi, e il mostro è debole e facile da uccidere.
La seconda reincarnazione è quella di un uccello dal rostro fiammeggiante, che riunito in stormi con i suoi simili sente l’impulso a danneggiare i raccolti. Le fiamme leniscono il dolore costante del mostro, rendendolo però anche distratto e facile preda di chi vuole ucciderlo.
La terza reincarnazione fornisce l’aspetto di un grande topo che si nutre del sangue degli animali (ma anche degli uomini) causando febbri in chi viene morso. La febbre cosi trasmessa dura molti giorni, ma la carne di queste bestie e un antidoto efficace.
La quarta reincarnazione è terribile per il peccatore e per le sue vittime. L’aspetto è umano, simile a quello posseduto in vita, ma di maggior forza e agilità. La pelle è più scura e spessa, capelli e peli sono lunghi massimo pochi centimetri ma duri come setole. Il dolore che lo accompagna viene mitigato dall’assunzione di carne cruda, e aumentato dalla luce solare e dal fuoco, che il mostro teme sopra ogni altra cosa. Quando il mostro riesce a vivere abbastanza a lungo, può cominciare a recuperare alcune nozioni pratiche della sua vita precedente, anche se mai i ricordi collegati. A volte possono diventare una macabra parodia di se stessi, ma non di meno pericolosi.
Dopo la quarta reincarnazione l’anima del peccatore trova la sua forma finale come serpente nel fossato fiammeggiante che circonda la casa del Dio Tzéboru, finché l’anima non torna alla Ruota.